Oggi sono stato sfidato a programmare per il lavoro annuale, e mi è' venuto subito in mente quello che ha detto Giussani in un dialogo nel 1987:
" L’educazione, come un fare conoscere, si traduce sul piano didattico anzitutto in due istanze relative al contenuto che si intende far conoscere:
1. serietà nell’uso della ragione e quindi aderenza ai metodi della realtà così come già Aristotele insegnava: il metodo, infatti, è la griglia interpretativa che mi pone in rapporto autentico con la realtà, con ciascuna realtà;
2. tensione costante alla totalità, tensione a ricondurre il particolare alla totalità, a leggere il particolare alla luce della totalità.Un rapporto autentico
Ma questo non basta. L’istruzione diventa educazione se si traduce in un rapporto autentico. Dobbiamo chiederci: come cerco io, nella mia materia, di fare conoscere, di fare diventare esperienza le cose che dico, cioè come ciò che insegno incrementa in qualcosa la coscienza che gli studenti hanno di se stessi?
Si impone un triplice impegno:
1) fare capire bene ciò che dico, assumendo come punto di partenza il mondo categoriale dell’allievo;
2) fare vedere la connessione fra ciò che affermo e la totalità;
3) fare vedere concretamente in che modo ciò che dico c’entra con loro, con la loro esperienza concreta. Quest’ultimo punto è essenziale poiché la cultura è un modo di vivere, non un modo di pensare. "
Questo mi ha indicato di partire non da una bella idea, ma sempre e solo da una domanda, perché insegnare e' immergersi in una relazione, imparare da quello che emerge in questa relazione. Per questo il fatto di essere "obbligati" a programmare porta con se' un equivoco fortissimo, tanto più che la scuola pretende che tu programmi prima ancora che tu entri in rapporto con i tuoi studenti. Come se una programmazione andasse comunque bene a prescindere da chi si ha davanti!
Invece al posto di partire da una idea urge partire da ciò che emerge come domanda, come bisogno e insegnare non e' usarlo per il proprio progetto, insegnare e' seguire fino in fondo quel bisogno lasciando che detti i passi del cammino.
Noi insegnanti dobbiamo decidere, e non se programmare o no, perché ci tocca, dobbiamo decidere, se vogliamo programmare partendo dalle nostre idee oppure se lo vogliamo fare partendo dalla condivisione dei bisogni che incontriamo.
Io scelgo la seconda strada, certo che programmo, ma seguendo ciò che la realtà mi suggerisce, assecondando la sua bellezza e la sua verità, nella traccia dell'esplosione di umano che porta fino a me, fino ad impattare con il mio cuore così da ridestarlo.
Questo e' programmare, seguire la realtà!
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