giovedì 25 settembre 2014
martedì 23 settembre 2014
martedì 16 settembre 2014
Essere in classe e' drammatico, ha il sapore della amarezza e nello stesso tempo della tensione viva a riconoscere l'umano. Provo ogni volta un senso di indegnità profondo, io non sono mai all'altezza del desiderio che incontro, ma contemporaneamente gli studenti e le studentesse a cui sto di fronte mi educano ad essere leale con me stesso e così leale con loro. Questo mi purifica e mi educa, che loro sono veri, questo mi insegna ad essere vero! Insegnare e' così abbeverarmi ogni istante alle fonti vive dell'umano, ha il fascino di una conquista insperata di me. Insegnare e' ritrovarmi!
lunedì 8 settembre 2014
Tre missionarie uccise in Burundi, ancora il sacrificio dei cristiani, chi da' la vita per la pace di tutti, questo e' il significato che Dio da' a quanto e' disumano, orrendo, selvaggiamente irrazionale.
SUPERIORA GENERALE MISSIONARIE SAVERIANE
VIA OMERO, 4 - 43123 PARMA
PROFONDAMENTE COLPITO DALLA TRAGICA MORTE DELLE MISSIONARIE SAVERIANE UCCISE IN BURUNDI, IL SANTO PADRE DESIDERA ASSICURARE LA SUA VIVA PARTECIPAZIONE AL PROFONDO DOLORE DI CODESTA CONGREGAZIONE PER LA GRAVE PERDITA DI COSÌ ZELANTI RELIGIOSE E, MENTRE AUSPICA CHE IL SANGUE VERSATO DIVENTI SEME DI SPERANZA PER COSTRUIRE L’AUTENTICA FRATERNITÀ TRA I POPOLI, ELEVA FERVIDE PREGHIERE DI SUFFRAGIO PER LE GENEROSE TESTIMONI DEL VANGELO E DI CUORE IMPARTE AI FAMILIARI, ALL’INTERO ISTITUTO E A QUANTI NE PIANGONO LA SCOMPARSA LA CONFORTATRICE BENEDIZIONE APOSTOLICA
SUPERIORA GENERALE MISSIONARIE SAVERIANE
VIA OMERO, 4 - 43123 PARMA
PROFONDAMENTE COLPITO DALLA TRAGICA MORTE DELLE MISSIONARIE SAVERIANE UCCISE IN BURUNDI, IL SANTO PADRE DESIDERA ASSICURARE LA SUA VIVA PARTECIPAZIONE AL PROFONDO DOLORE DI CODESTA CONGREGAZIONE PER LA GRAVE PERDITA DI COSÌ ZELANTI RELIGIOSE E, MENTRE AUSPICA CHE IL SANGUE VERSATO DIVENTI SEME DI SPERANZA PER COSTRUIRE L’AUTENTICA FRATERNITÀ TRA I POPOLI, ELEVA FERVIDE PREGHIERE DI SUFFRAGIO PER LE GENEROSE TESTIMONI DEL VANGELO E DI CUORE IMPARTE AI FAMILIARI, ALL’INTERO ISTITUTO E A QUANTI NE PIANGONO LA SCOMPARSA LA CONFORTATRICE BENEDIZIONE APOSTOLICA
CARDINALE PIETRO PAROLIN
SEGRETARIO DI STATO DI SUA SANTITÀ
Tre missionarie italiane uccise in Burundi. “Un massacro”, partita la caccia all’uomo
La terza sorella uccisa nella notte dallo stesso omicida rimasto nella casa. Papa Francesco: il sangue versato «diventi seme di speranza per costruire autentica fraternità tra i popoli»
AFP
Suor Bernardetta Boggian, suor Olga Raschietti e suor Lucia Pulici
08/09/2014
RAPHAËL ZANOTTI
“Padre Mario, sentiamo dei rumori in casa, abbiamo paura”. Tutti a Bujumbura, in Burundi, pensavano che l’orrore fosse finito. I corpi straziati di sorella Lucia e sorella Olga erano stati trovati nel pomeriggio nel convento della parrocchia Guido Maria Conforti. C’era già stata la polizia, aveva fatto rilievi per ore. Poi era calata la notte e le sorelle avevano deciso di dormire comunque in quella casa. Nessuno immaginava che l’assassino fosse ancora dentro. Quando un gruppo di suore si è presentato nel cuore della notte a casa di padre Mario Pulcini, lui si è subito rivestito ed è corso al convento. Insieme alle suore ha fatto il giro delle stanze. E ha trovato la terza sorella ammazzata: suor Bernadetta Boggian. Ironia della sorte, la stessa sorella che nel pomeriggio aveva trovato il corpo della altre due sorelle uccise da quello che, a questo punto, sembra essere un maniaco omicida.
Suor Bernadetta era stata la prima a dare l’allarme. Rientrando dall’aeroporto dov’era andata ad accogliere alcune sorelle di rientro dal capitolato generale di Parma, era arrivata alla casa di suor Olga e suor Lucia trovandola sbarrata, con le tende tirate. Dopo una breve ricerca nel quartiere, non trovandole e avendo saputo dai guardiani del cancello che non le avevano viste uscire, era corsa da padre Mario Pulcini. «Mi sono recato alla casa e stavo per forzare la porta quando mi ha aperto dall’interno suor Bernadetta - racconta padre Pulcini - Era sconvolta. Aveva trovato una porta laterale forzata e i corpi di suor Olga e suor Lucia». Chiamata la polizia, c’erano stati i rilievi. Fino alla notte e al terzo omicidio.
Le tre sorelle, secondo quanto affermato dalla polizia, sarebbero state violentate e uccise con un coltello. Ma la versione dello stupro viene smentita da suor Silvia Marsili, vicaria generale delle missionarie saveriane: «A noi non risulta». Su una l’assassino ha infierito con una pietra. Suor Bernadetta è stata decapitata. Il sindaco di Kamenge, Damien Baseka, ha usato una frase sola: «Sono state uccise selvaggiamente». Le missionarie saveriane sono sotto choc, così come la diocesi di Parma dalla quale arrivavano le tre sorelle e la comunità locale che aveva imparato a conoscerle e apprezzarle. Suor Lucia Pulici aveva 75 anni, suor Olga Raschietti 83. Vivevano in Burundi praticamente da sempre. «È morta per la sua vocazione - ha raccontato all’Ansa Arduino, fratello di suor Olga - E se sul piano umano sono dispiaciuto, come cristiano sono orgoglioso. È già nei cieli, ne sono certo e lo dico rispettando il credo di ognuno».
Cordoglio è stato espresso da papa Francesco che ha dichiarato: «Il loro sangue versato diventi seme di speranza per costruire l’autentica fraternità tra i popoli». Il Pontefice ha inviato due telegrammi al nunzio apostolico in Burundi monsignor Evariste Ngoyagoye e alla madre superiora generale delle missionarie Saveriane, suor Ines Frizza, assicurando le sue preghiere per «queste generose testimoni del Vangelo».
Anche il governo italiano, attraverso il ministro degli Esteri Federica Mogherini, ha espresso le sue condoglianze: «Ancora una volta assistiamo al sacrificio di chi, con dedizione totale, ha passato la propria vita ad alleviare le troppe sofferenze che ancora esistono nel continente africano». All’epoca della dichiarazione non si sapeva ancora dell’uccisione della terza sorella.
domenica 7 settembre 2014
IRAQ
«Meglio morire che convertirsi»
La testimonianza dei cristiani iracheni sfuggiti dalle milizie dello Stato Islamico. «Ci chiedono di diventare musulmani e al nostro no ci picchiano forte».
di Lorenzo Cremonesi nostro inviato
ERBIL —“Meglio morire che convertirci”, affermano con aria decisa i cristiani iracheni sfuggiti dalle milizie dello Stato Islamico. Considerano un “traditore” chi per salvare la vita, o anche solo per tenersi soldi e proprietà, ha pronunciato la “Shahada”, la dichiarazione di conversione all’Islam. E dimostrano una fede e una determinazione nel mantenerla che per noi europei figli della secolarizzazione può sembrare una cosa del passato, superata, una memoria di tempi antichi. “Per un mese ci hanno provato. Ogni giorno venivano a dirci che dovevamo diventare musulmani. Una mattina gli abbiamo detto che forse era meglio se loro si battezzavano. Ma ci hanno picchiato più forte”, raccontano tra i tanti quattro uomini del villaggio di Batnaia, posto a una quindicina di chilometri a ovest di Mosul. Sono Salem Elias Shannun di 57 anni; Habib Noah di 66; Najib Donah Odish, 67, ed il 65enne Yohannah Kakosh: assieme sono arrivati tre sere fa a Erbil, dopo aver convissuto per 22 giorni con i miliziani jiahadisti che occupavano le loro case, quindi essere rimasti rinchiusi 12 giorni nel carcere di Hawuja e infine raggiunto le postazioni curde a Kirkuk. La loro testimonianza offre nuovi elementi per delineare il comportamento degli estremisti sunniti nei confronti delle altre fedi. Ma aiuta anche a ricordare quali e quanti tabù ancestrali sono messi in gioco a causa di questa rivoluzione che sta soffiando persino oltre i confini del Medio Oriente. Sta per esempio emergendo che le donne yazidi violentate in molti casi preferirebbero morire piuttosto che affrontare l’onta del “disonore” nelle loro stesse comunità famigliari. Ieri dall’ospedale di Zakho, nell’Iraq curdo non lontano dal confine con la Turchia, è giunta la segnalazione di tre giovani sfuggite ai mercati del sesso nella zona di Mosul che hanno tentato il suicidio. Una è morta. La cosa non è strana. Incontrando i famigliari delle donne rapite nei campi di sfollati attorno a Dohuq, specie mariti e fratelli, non è difficile sentirsi dire che preferirebbero un “accurato bombardamento americano che uccidesse le donne assieme ai loro aguzzini”, piuttosto che vivere con la vergogna dello stupro. Per i cristiani le sofferenze sono meno drammatiche. Sino ad ora non sono emerse tra loro prove concrete di donne ridotte a schiave sessuali o di massacri di uomini. Eppure, i tabù e i valori messi in gioco appaiono altrettanto importanti. “La prima settimana dopo il loro arrivo a Batnaia,i jihadisti ci hanno lasciato in pace. Non c’erano minacce da parte loro. Anzi, sono venuti a portarci cibo, acqua. Il nostro villaggio conta circa 3.000 abitanti. Eravamo rimasti in una quarantina. E loro dicevano che dovevamo telefonare ai nostri cari per convincerli a tornare. Poi, però le cose sono rapidamente peggiorate. Hanno cominciato ad insistere che dovevamo convertirci. Tutti siamo stati ripetutamente picchiati. I più giovani in modo prolungato, continuo”, ricordano i quattro. Si mettono quasi a piangere quando descrivono la dissacrazione della “Mar Kariakos”, la basilica locale. “Tra i jihadisti ci sono volontari arrivati dal Sudan, dal Qatar, tanti sauditi, ma anche siriani, libanesi, ceceni, afghani, pakistani. Però il più cattivo è un iracheno sulla cinquantina che si fa chiamare Abu Yakin. Lui mandava i suoi uomini a picchiarci. Ci minacciava. E lui ha ordinato che venissero spezzate le croci in chiesa, ha voluto che le statue della Madonna e del Cristo venissero decapitate e prese di mira con i Kalashnikov”. Per loro la conversione però è fuori discussione. “Non è tanto la formuletta di adesione all’Islam che vale. Se fosse solo quello, si potrebbe anche fare. Poi ti confessi e finisce tutto, torni cristiano. Il fatto è che i jihadisti ti chiedono di provare la tua nuova fede. Esigono che il neo-convertito vada a combattere con loro, partecipi alle operazioni in prima linea”, dicono. Pochi giorni fa alcuni sfollati dal villaggio di Qaraqosh testimoniavano a riprova di aver visto alcuni giovani cristiani di Mosul diventati autisti delle brigate jihadiste. Lo stesso farebbero anche decine di curdi. Ma per i dirigenti della Chiesa caldea si tratterebbe di infime minoranze e comunque di un problema secondario. Padre Paolo Mekko, studioso di teologia e parroco in prima linea con la sua diocesi nella piana di Niniveh ora sfollato a Erbil, ha persino rispolverato i testi della storia della Chiesa riferiti agli anni dei primi martiri per cercare risposte. “La Chiesa non ammette un secondo battesimo. I convertiti con la forza nel loro cuore restano cristiani, se si pentono la questione della loro abiura non si pone neppure”, spiega. Si osserva del resto un certo ottimismo crescere tra gli sfollati. Nelle prossime ore a Bagdad dovrebbe venire annunciato il nuovo governo di unità nazionale sotto la guida del neo-premier Haider al Abadi. Un passo considerato fondamentale per la stabilizzazione del Paese, che dovrebbe facilitare il patto di collaborazione con le grandi tribù sunnite in grado di isolare lo Stato Islamico e soprattutto facilitare l’intervento militare degli americani e dei Paesi alleati. I recenti bombardamenti Usa presso la diga di Haditha sono seguiti con attenzione tra i cristiani. “Parlare di ritorno alle nostre case è certo prematuro”, ammette Mekko. “Però possiamo ricominciare a sperare”. Lorenzo Cremonesi
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AL MONDO DELLA SCUOLA ITALIANA
Piazza San Pietro
Sabato, 10 maggio 2014
Cari amici buonasera!
Prima di tutto vi ringrazio, perché avete realizzato una cosa proprio bella! questo incontro è molto buono: un grande incontro della scuola italiana, tutta la scuola: piccoli e grandi; insegnanti, personale non docente, alunni e genitori; statale e non statale… Ringrazio il Cardinale Bagnasco, il Ministro Giannini, e tutti quanti hanno collaborato; e queste testimonianze, veramente belle, importanti. Ho sentito tante cose belle, che mi hanno fatto bene! Si vede che questa manifestazione non è “contro”, è “per”! Non è un lamento, è una festa! Una festa per la scuola. Sappiamo bene che ci sono problemi e cose che non vanno, lo sappiamo. Ma voi siete qui, noi siamo qui perché amiamo la scuola. E dico “noi” perché io amo la scuola, io l’ho amata da alunno, da studente e da insegnante. E poi da Vescovo. Nella Diocesi di Buenos Aires incontravo spesso il mondo della scuola, e oggi vi ringrazio per aver preparato questo incontro, che però non è di Roma ma di tutta l’Italia. Per questo vi ringrazio tanto. Grazie!
Perché amo la scuola? Proverò a dirvelo. Ho un’immagine. Ho sentito qui che non si cresce da soli e che è sempre uno sguardo che ti aiuta a crescere. E ho l’immagine del mio primo insegnante, quella donna, quella maestra, che mi ha preso a 6 anni, al primo livello della scuola. Non l’ho mai dimenticata. Lei mi ha fatto amare la scuola. E poi io sono andato a trovarla durante tutta la sua vita fino al momento in cui è mancata, a 98 anni. E quest’immagine mi fa bene! Amo la scuola, perché quella donna mi ha insegnato ad amarla. Questo è il primo motivo perché io amo la scuola.
Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere! Ma non sempre riesce ad esserlo, e allora vuol dire che bisogna cambiare un po’ l’impostazione. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E noi non abbiamo diritto ad aver paura della realtà! La scuola ci insegna a capire la realtà. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E questo è bellissimo! Nei primi anni si impara a 360 gradi, poi piano piano si approfondisce un indirizzo e infine ci si specializza. Ma se uno ha imparato a imparare, - è questo il segreto, imparare ad imparare! - questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano, che era un prete: Don Lorenzo Milani.
Gli insegnanti sono i primi che devono rimanere aperti alla realtà - ho sentito le testimonianze dei vostri insegnanti; mi ha fatto piacere sentirli tanto aperti alla realtà - con la mente sempre aperta a imparare! Perché se un insegnante non è aperto a imparare, non è un buon insegnante, e non è nemmeno interessante; i ragazzi capiscono, hanno “fiuto”, e sono attratti dai professori che hanno un pensiero aperto, “incompiuto”, che cercano un “di più”, e così contagiano questo atteggiamento agli studenti. Questo è uno dei motivi perché io amo la scuola.
Un altro motivo è che la scuola è un luogo di incontro. Perché tutti noi siamo in cammino, avviando un processo, avviando una strada. E ho sentito che la scuola – l’abbiamo sentito tutti oggi – non è un parcheggio. E’ un luogo di incontro nel cammino. Si incontrano i compagni; si incontrano gli insegnanti; si incontra il personale assistente. I genitori incontrano i professori; il preside incontra le famiglie, eccetera. E’ un luogo di incontro.E noi oggi abbiamo bisogno di questa cultura dell’incontro per conoscerci, per amarci, per camminare insieme. E questo è fondamentale proprio nell’età della crescita, come un complemento alla famiglia. La famiglia è il primo nucleo di relazioni: la relazione con il padre e la madre e i fratelli è la base, e ci accompagna sempre nella vita. Ma a scuola noi “socializziamo”: incontriamo persone diverse da noi, diverse per età, per cultura, per origine,per capacità. La scuola è la prima società che integra la famiglia. La famiglia e la scuola non vanno mai contrapposte! Sono complementari, e dunque è importante che collaborino, nel rispetto reciproco. E le famiglie dei ragazzi di una classe possono fare tanto collaborando insieme tra di loro e con gli insegnanti. Questo fa pensare a un proverbio africano tanto bello: “Per educare un figlio ci vuole un villaggio”. Per educare un ragazzo ci vuole tanta gente: famiglia, insegnanti, personale non docente, professori, tutti! Vi piace questo proverbio africano? Vi piace? Diciamolo insieme: per educare un figlio ci vuole un villaggio! Insieme! Per educare un figlio ci vuole un villaggio! E pensate a questo.
E poi amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello. Vanno insieme tutti e tre. L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla. E nell’educazione è tanto importante quello che abbiamo sentito anche oggi: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca! Ricordatevelo! Questo ci farà bene per la vita. Diciamolo insieme: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca. Tutti insieme! E’ sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca!
La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E questo avviene attraverso un cammino ricco, fatto di tanti “ingredienti”. Ecco perché ci sono tante discipline! Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l’intelligenza, la coscienza, l’affettività, il corpo, eccetera. Per esempio, se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia – l’obelisco richiama il sole, ma pochi sanno che questa piazza è anche una grande meridiana.
In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate. Se una cosa è vera, è buona ed è bella; se è bella, è buona ed è vera; e se è buona, è vera ed è bella. E insieme questi elementi ci fanno crescere e ci aiutano ad amare la vita, anche quando stiamo male, anche in mezzo ai problemi. La vera educazione ci fa amare la vita, ci apre alla pienezza della vita!
E finalmente vorrei dire che nella scuola non solo impariamo conoscenze, contenuti, ma impariamo anche abitudini e valori. Si educa per conoscere tante cose, cioè tanti contenuti importanti, per avere certe abitudini e anche per assumere i valori. E questo è molto importante. Auguro a tutti voi, genitori, insegnanti, persone che lavorano nella scuola, studenti, una bella strada nella scuola, una strada che faccia crescere le tre lingue, che una persona matura deve sapere parlare: la lingua della mente, la lingua del cuore e la lingua delle mani. Ma, armoniosamente, cioè pensare quello che tu senti e quello che tu fai; sentire bene quello che tu pensi e quello che tu fai; e fare bene quello che tu pensi e quello che tu senti. Le tre lingue, armoniose e insieme! Grazie ancora agli organizzatori di questa giornata e a tutti voi che siete venuti. E per favore... per favore, non lasciamoci rubare l’amore per la scuola! Grazie!
In occasione della 35.ma edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, che si apre domani domenica 24 agosto a Rimini sul tema «Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il destino non ha lasciato solo l’uomo», il Santo Padre Francesco ha inviato al Vescovo Mons. Lambiasi, tramite il Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, il Messaggio che riportiamo di seguito:
Messaggio
Eccellenza Reverendissima,
in occasione del XXXV Meeting per l’amicizia tra i popoli, sono lieto di far giungere a Lei, agli organizzatori, ai volontari e a quanti vi parteciperanno il cordiale saluto e la benedizione di Sua Santità Papa Francesco, insieme col mio personale auspicio di ogni bene per questa importante iniziativa.
Il tema scelto per quest’anno – Verso le periferie del mondo e dell’esistenza – riecheggia una costante sollecitudine del Santo Padre. Fin dal suo episcopato a Buenos Aires, Egli si rese conto che le "periferie" non sono soltanto luoghi, ma anche e soprattutto persone, come disse nel Suo intervento durante le Congregazioni generali prima del Conclave: «la Chiesa è chiamata ad uscire da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e dell’assenza di fede, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria» (9 marzo 2013).
Perciò Papa Francesco ringrazia i responsabili del Meeting di avere accolto e diffuso il Suo invito a camminare in questa prospettiva. Una Chiesa "in uscita" è l’unica possibile secondo il Vangelo; lo dimostra la vita di Gesù, che andava di villaggio in villaggio annunciando il Regno di Dio e mandava davanti a sé i suoi discepoli. Per questo il Padre lo aveva mandato nel mondo.
Il destino non ha lasciato solo l’uomo è la seconda parte del tema del Meeting: un’espressione del servo di Dio Don Luigi Giussani che ci ricorda che il Signore non ci ha abbandonati a noi stessi, non si è dimenticato di noi. Nei tempi antichi ha scelto un uomo, Abramo, e lo ha messo in cammino verso la terra che gli aveva promesso. E nella pienezza dei tempi ha scelto una giovane donna, la Vergine Maria, per farsi carne e venire ad abitare in mezzo a noi. Nazareth era davvero un villaggio insignificante, una "periferia" sul piano sia politico che religioso; ma proprio là Dio ha guardato, per portare a compimento il suo disegno di misericordia e di fedeltà.
Il cristiano non ha paura di decentrarsi, di andare verso le periferie, perché ha il suo centro in Gesù Cristo. Egli ci libera dalla paura; in sua compagnia possiamo avanzare sicuri in qualunque luogo, anche attraverso i momenti bui della vita, sapendo che, dovunque andiamo, sempre il Signore ci precede con la sua grazia, e la nostra gioia è condividere con gli altri la buona notizia che Lui è con noi. I discepoli di Gesù, dopo aver compiuto una missione, ritornarono entusiasti per i successi ottenuti. Ma Gesù disse loro: «Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20-21). Non siamo noi a salvare il mondo, è solo Dio che lo salva.
Gli uomini e le donne del nostro tempo corrono il grande rischio di vivere una tristezza individualista, isolata anche in mezzo a una quantità di beni di consumo, dai quali comunque tanti restano esclusi. Spesso prevalgono stili di vita che inducono a porre la propria speranza in sicurezze economiche o nel potere o nel successo puramente terreno. Anche i cristiani corrono questo rischio. «È evidente – afferma il Santo Padre – che in alcuni luoghi si è prodotta una "desertificazione" spirituale, frutto del progetto di società che vogliono costruirsi senza Dio» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 86). Ma questo non ci deve scoraggiare, come ci ricordava Benedetto XVI inaugurando l’Anno della fede: «Nel deserto si torna a scoprire il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso manifestati in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indichino la via verso la Terra promessa e così tengono viva la speranza» (Omelia nella Santa Messa di apertura dell’Anno della fede, 11 ottobre 2012).
Papa Francesco invita a collaborare, anche con il Meeting per l’amicizia tra i popoli, a questo ritorno all’essenziale, che è il Vangelo di Gesù Cristo. «I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma "per attrazione"» (Evangelii gaudium, 14), cioè «attraverso una testimonianza personale, un racconto, un gesto, o la forma che lo stesso Spirito Santo può suscitare in una circostanza concreta» (ibid., 128).
Il Santo Padre indica ai responsabili e ai partecipanti al Meeting due attenzioni particolari.
Anzitutto, invita a non perdere mai il contatto con la realtà, anzi, ad essere amanti della realtà. Anche questo è parte della testimonianza cristiana: in presenza di una cultura dominante che mette al primo posto l’apparenza, ciò che è superficiale e provvisorio, la sfida è scegliere e amare la realtà. Don Giussani lo ha lasciato in eredità come programma di vita, quando affermava: «L’unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale. La formula dell’itinerario al significato della realtà è quella di vivere il reale senza preclusioni, cioè senza rinnegare e dimenticare nulla. Non sarebbe infatti umano, cioè ragionevole, considerare l’esperienza limitatamente alla sua superficie, alla cresta della sua onda, senza scendere nel profondo del suo moto» (Il senso religioso, p. 150).
Inoltre, invita a tenere sempre lo sguardo fisso sull’essenziale. I problemi più gravi, infatti, sorgono quando il messaggio cristiano viene identificato con aspetti secondari che non esprimono il cuore dell’annuncio. In un mondo nel quale, dopo duemila anni, Gesù è tornato ad essere uno sconosciuto in tanti Paesi anche dell’Occidente, «conviene essere realisti e non dare per scontato che i nostri interlocutori conoscano lo sfondo completo di ciò che diciamo o che possano collegare il nostro discorso con il nucleo essenziale del Vangelo che gli conferisce senso, bellezza e attrattiva» (Evangelii gaudium, 34)
Per questo, un mondo in così rapida trasformazione chiede ai cristiani di essere disponibili a cercare forme o modi per comunicare con un linguaggio comprensibile la perenne novità del Cristianesimo. Anche in questo occorre essere realisti. «Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada» (ibid., 46).
Sua Santità offre queste riflessioni come contributo alla settimana del Meeting, a tutti coloro che vi parteciperanno, in particolare ai responsabili, agli organizzatori e ai relatori che giungeranno dalle periferie del mondo e dell’esistenza per testimoniare che Dio Padre non lascia soli i suoi figli. Il Papa auspica che tanti possano rivivere l’esperienza dei primi discepoli di Gesù, i quali, incontrandolo sulla riva del Giordano, si sentirono domandare: «Che cosa cercate?». Possa questa domanda di Gesù accompagnare sempre il cammino di quanti visitano il Meeting per l’amicizia tra i popoli.
Mentre chiede di pregare per Lui e per il Suo ministero, Papa Francesco invoca la materna protezione della Vergine Madre e di cuore invia a Vostra Eccellenza e all’intera comunità del Meeting la Benedizione Apostolica.
Nel pregare Vostra Eccellenza di assicurare anche il mio personale augurio, profitto della circostanza per confermarmi con sensi di distinto ossequio
dell’Eccellenza Vostra Rev.ma
dev.mo
Pietro Card. Parolin
____________________________
A Sua Eccellenza Reverendissima
Mons. FRANCESCO LAMBIASI
Vescovo di Rimini
PAPA FRANCESCO
ANGELUS
Piazza San Pietro
Domenica, 7 settembre 2014
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di questa domenica, tratto dal capitolo 18° di Matteo, presenta il tema della correzione fraterna nella comunità dei credenti: cioè come io devo correggere un altro cristiano quando fa una cosa non buona. Gesù ci insegna che se il mio fratello cristiano commette una colpa contro di me, mi offende, io devo usare carità verso di lui e, prima di tutto, parlargli personalmente, spiegandogli che ciò che ha detto o ha fatto non è buono. E se il fratello non mi ascolta? Gesù suggerisce un progressivo intervento: prima, ritorna a parlargli con altre due o tre persone, perché sia più consapevole dello sbaglio che ha fatto; se, nonostante questo, non accoglie l’esortazione, bisogna dirlo alla comunità; e se non ascolta neppure la comunità, occorre fargli percepire la frattura e il distacco che lui stesso ha provocato, facendo venir meno la comunione con i fratelli nella fede.
Le tappe di questo itinerario indicano lo sforzo che il Signore chiede alla sua comunità per accompagnare chi sbaglia, affinché non si perda. Occorre anzitutto evitare il clamore della cronaca e il pettegolezzo della comunità – questa è la prima cosa, evitare questo -. «Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo» (v. 15). L’atteggiamento è di delicatezza, prudenza, umiltà, attenzione nei confronti di chi ha commesso una colpa, evitando che le parole possano ferire e uccidere il fratello. Perché, voi sapete, anche le parole uccidono! Quando io sparlo, quando io faccio una critica ingiusta, quando io “spello” un fratello con la mia lingua, questo è uccidere la fama dell’altro! Anche le parole uccidono. Facciamo attenzione a questo. Nello stesso tempo questa discrezione di parlargli da solo ha lo scopo di non mortificare inutilmente il peccatore. Si parla fra i due, nessuno se ne accorge e tutto è finito. È alla luce di questa esigenza che si comprende anche la serie successiva di interventi, che prevede il coinvolgimento di alcuni testimoni e poi addirittura della comunità. Lo scopo è quello di aiutare la persona a rendersi conto di ciò che ha fatto, e che con la sua colpa ha offeso non solo uno, ma tutti. Ma anche di aiutare noi a liberarci dall’ira o dal risentimento, che fanno solo male: quell’amarezza del cuore che porta l’ira e il risentimento e che ci portano ad insultare e ad aggredire. E’ molto brutto vedere uscire dalla bocca di un cristiano un insulto o una aggressione. E’ brutto. Capito? Niente insulto! Insultare non è cristiano. Capito? Insultare non è cristiano.
In realtà, davanti a Dio siamo tutti peccatori e bisognosi di perdono. Tutti. Gesù infatti ci ha detto di non giudicare. La correzione fraterna è un aspetto dell’amore e della comunione che devono regnare nella comunità cristiana, è un servizio reciproco che possiamo e dobbiamo renderci gli uni gli altri. Correggere il fratello è un servizio, ed è possibile ed efficace solo se ciascuno si riconosce peccatore e bisognoso del perdono del Signore. La stessa coscienza che mi fa riconoscere lo sbaglio dell’altro, prima ancora mi ricorda che io stesso ho sbagliato e sbaglio tante volte.
Per questo, all’inizio della Messa, ogni volta siamo invitati a riconoscere davanti al Signore di essere peccatori, esprimendo con le parole e con i gesti il sincero pentimento del cuore. E diciamo: “Abbi pietà di me, Signore. Io sono peccatore!. Confesso, Dio Onnipotente, i miei peccati”. E non diciamo: “Signore, abbi pietà di questo che è accanto a me, o di questa, che sono peccatori”. No! “Abbi pietà di me!”. Tutti siamo peccatori e bisognosi del perdono del Signore. È lo Spirito Santo che parla al nostro spirito e ci fa riconoscere le nostre colpe alla luce della parola di Gesù. Ed è lo stesso Gesù che ci invita tutti, santi e peccatori, alla sua mensa raccogliendoci dai crocicchi delle strade, dalle diverse situazioni della vita (cfr Mt 22,9-10). E tra le condizioni che accomunano i partecipanti alla celebrazione eucaristica, due sono fondamentali, due condizioni per andare bene a Messa: tutti siamo peccatori e a tutti Dio dona la sua misericordia. Sono due condizioni che spalancano la porta per entrare a Messa bene. Dobbiamo sempre ricordare questo prima di andare dal fratello per la correzione fraterna.
Domandiamo tutto questo per l’intercessione della Beata Vergine Maria, che domani celebreremo nella ricorrenza liturgica della sua Natività.
Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
in questi ultimi giorni sono stati compiuti passi significativi nella ricerca di una tregua nelle regioni interessate dal conflitto in Ucraina orientale, pur avendo sentito oggi delle notizie poco confortanti. Tuttavia auspico che essi possano recare sollievo alla popolazione e contribuire agli sforzi per una pace duratura. Preghiamo affinché, nella logica dell’incontro, il dialogo iniziato possa proseguire e portare il frutto sperato. Maria, Regina della Pace, prega per noi.
Unisco inoltre la mia voce a quella dei Vescovi del Lesotho, che hanno rivolto un appello per la pace in quel Paese. Condanno ogni atto di violenza e prego il Signore perché nel Regno del Lesotho si ristabilisca la pace nella giustizia e nella fraternità.
Questa domenica un convoglio di circa 30 volontari della Croce Rossa Italiana parte alla volta dell’Iraq, nella zona di Dohuk, vicino a Erbil, dove si sono concentrate decine di migliaia di sfollati iracheni. Esprimendo un sentito apprezzamento per questa opera generosa e concreta, imparto la benedizione a tutti loro e a tutte le persone che cercano concretamente di aiutare i nostri fratelli perseguitati ed oppressi. Il Signore vi benedica.
Saluto tutti i pellegrini provenienti dall’Italia e da diversi Paesi, in particolare il gruppo dei brasiliani, gli studenti della scuola S. Basilio Magno di Presov, nella Slovacchia, i fedeli di Sulzano (Brescia), Gravina di Puglia, Castiglion Fiorentino, Poggio Rusco (Mantova), Albignasego (Padova), Molino di Altissimo (Vicenza), i ragazzi della Cresima di Matera, Valdagno e Vibo Valentia.
Rivolgo un cordiale saluto al Cardinale Arcivescovo di Lima e ai suoi diocesani, che oggi inaugurano il XX Sinodo dell’Arcidiocesi di Lima. Il Signore vi accompagni in questo cammino di fede, di comunità e di crescita.
E ricordatevi domani - come ho detto - la ricorrenza liturgica della Natività della Madonna. Sarebbe il suo compleanno. E cosa si fa quando la mamma fa la festa di compleanno? La si saluta, si fanno gli auguri… Domani ricordatevi, dal mattino presto, dal vostro cuore e dalle vostre labbra, di salutare la Madonna e dirle: “Tanti auguri!”. E dirle un’Ave Maria che venga dal cuore di figlio e di figlia. Ricordatevi bene!
A tutti voi chiedo, per favore, di pregare per me. Vi auguro buona domenica e buon pranzo.
"Me lo ricordo come fosse oggi: liceo classico Berchet, ore 9 del mattino, primo giorno di scuola, ottobre 1954. Mi ricordo il sentimento che avevo mentre salivo i pochi giardini d'entrata al liceo; era l'ingenuità di un entusiasmo, di una baldanza, che mi aveva fatto lasciare la pur amata strada dell'insegnamento della teologia nel seminario diocesano di Venegono per poter aiutare i giovani a riscoprire i termini di una fede reale."
Giussani si rivedeva in quel momento "con il cuore tutto gonfio del pensiero che Cristo e' tutto per la vita dell'uomo, e' il cuore della vita dell'uomo" .......
"Ricordo perfettamente la prima volta che sono entrato nella scuola in cui comincio' il movimento. Tutti erano divisi, erano come estranei, e ciò nonostante li amavo. Amare vuol dire avere passione per il destino della gente" ......
"Non sono qui perché voi riteniate come vostre le idee che vi do io, ma per insegnarvi un metodo vero per giudicare le cose che io vi dirò. E le cose che io vi dirò sono un'esperienza che è' l'esito di un lungo passato: duemila anni ..........
....... mi ero profondamente persuaso che una fede che non potesse essere reperta e trovata nell'esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarebbe stata una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, diceva e dice l'opposto". Mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita " e, quindi - questo "quindi" e' importante per me -, dimostrare la razionalità della fede, implica un concetto preciso di razionalità. Dire che la fede esalta la razionalità, vuol dire che la fede corrisponde alle esigenze fondamentali e originali del cuore dell'uomo"
--------------------------------------------------------
L'onda del Sessantotto ha fatto scoprire a Giussani che "non puo' essere motivo di adesione al cristianesimo ne' la tradizione , ne' una teoria, ne' la concezione, ne' una teoresi; non la filosofia cristiana, non la teologia cristiana, non la concezione dell'universo che ha il cristianesimo. Almeno guardando i giovani, questo diventa evidente".
Che cosa e' capace, allora, di persuadere? "Quello che, adesso, mi pare, possa costituire - unicamente - motivo di adesione, e' l'incontro con un annuncio, e' il cristianesimo come annuncio, non come teoria......... una presenza carica di messaggio; questo e' cio' che faceva andar dietro a Cristo la gente".
(VITA DI DON GIUSSANI di Alberto Savorana)
Giussani si rivedeva in quel momento "con il cuore tutto gonfio del pensiero che Cristo e' tutto per la vita dell'uomo, e' il cuore della vita dell'uomo" .......
"Ricordo perfettamente la prima volta che sono entrato nella scuola in cui comincio' il movimento. Tutti erano divisi, erano come estranei, e ciò nonostante li amavo. Amare vuol dire avere passione per il destino della gente" ......
"Non sono qui perché voi riteniate come vostre le idee che vi do io, ma per insegnarvi un metodo vero per giudicare le cose che io vi dirò. E le cose che io vi dirò sono un'esperienza che è' l'esito di un lungo passato: duemila anni ..........
....... mi ero profondamente persuaso che una fede che non potesse essere reperta e trovata nell'esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarebbe stata una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, diceva e dice l'opposto". Mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita " e, quindi - questo "quindi" e' importante per me -, dimostrare la razionalità della fede, implica un concetto preciso di razionalità. Dire che la fede esalta la razionalità, vuol dire che la fede corrisponde alle esigenze fondamentali e originali del cuore dell'uomo"
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L'onda del Sessantotto ha fatto scoprire a Giussani che "non puo' essere motivo di adesione al cristianesimo ne' la tradizione , ne' una teoria, ne' la concezione, ne' una teoresi; non la filosofia cristiana, non la teologia cristiana, non la concezione dell'universo che ha il cristianesimo. Almeno guardando i giovani, questo diventa evidente".
Che cosa e' capace, allora, di persuadere? "Quello che, adesso, mi pare, possa costituire - unicamente - motivo di adesione, e' l'incontro con un annuncio, e' il cristianesimo come annuncio, non come teoria......... una presenza carica di messaggio; questo e' cio' che faceva andar dietro a Cristo la gente".
(VITA DI DON GIUSSANI di Alberto Savorana)
Carissimo Scalfari,
mi chiedo perché nemmeno una parola sul progetto di riforma della scuola che vede impegnato così significativamente il governo Renzi! Evidentemente perché a suo parere non ha nessuna voce in capitolo sulla questione deflazione su cui il governo Renzi si gioca il suo futuro. Eppure la questione della scuola non sono solo parole e roboanti, vi è' anche un investimento e di certo riguardo se i 150 mila posti di ruolo promessi non sono puramente fuochi fatui ma sono posti di lavoro reali come i 40mila posti di insegnamento che saranno messi a concorso.
Mi interroga molto questo suo silenzio e mi spiace non e' ragionevole, una parola di giudizio ci vuole, perché al governo Renzi pur in tanta equivocità e contraddittorietà una cosa la si deve, ed e' di aver avuto il coraggio in un difficile momento deflativo di mettere la scuola al centro dell'attenzione. Si possono criticare, e lo si deve fare, le quasi centocinquanta pagine di provvedimenti sulla scuola, si può dire e a ragione che molte sono parole, si può infine criticare l'impianto di nuovo statalista e poco moderno, ma un merito Renzi lo ha, quello di aver messo la scuola tra le priorità degli impegni del suo governo, e questo e' un segno non sotto valutabile di democrazia oltre al fatto che il coraggio di investire sulla scuola e' in controtendenza rispetto ai provvedimenti antideflattivi.
Per questo mi sarei aspettato una parola sulla Buona Scuola, che lei lo sa ritengo comunque insufficiente perché più che buona scuola io la vorrei libera, e libera non lo è' perché ancora troppo statalista e senza la considerazione dovuta alla scuola paritaria che e' decisiva per la democratizzazione del sistema, senza vera parità la scuola non sarà ne' libera ne' buona!
Gianni Mereghetti
Insegnante
mi chiedo perché nemmeno una parola sul progetto di riforma della scuola che vede impegnato così significativamente il governo Renzi! Evidentemente perché a suo parere non ha nessuna voce in capitolo sulla questione deflazione su cui il governo Renzi si gioca il suo futuro. Eppure la questione della scuola non sono solo parole e roboanti, vi è' anche un investimento e di certo riguardo se i 150 mila posti di ruolo promessi non sono puramente fuochi fatui ma sono posti di lavoro reali come i 40mila posti di insegnamento che saranno messi a concorso.
Mi interroga molto questo suo silenzio e mi spiace non e' ragionevole, una parola di giudizio ci vuole, perché al governo Renzi pur in tanta equivocità e contraddittorietà una cosa la si deve, ed e' di aver avuto il coraggio in un difficile momento deflativo di mettere la scuola al centro dell'attenzione. Si possono criticare, e lo si deve fare, le quasi centocinquanta pagine di provvedimenti sulla scuola, si può dire e a ragione che molte sono parole, si può infine criticare l'impianto di nuovo statalista e poco moderno, ma un merito Renzi lo ha, quello di aver messo la scuola tra le priorità degli impegni del suo governo, e questo e' un segno non sotto valutabile di democrazia oltre al fatto che il coraggio di investire sulla scuola e' in controtendenza rispetto ai provvedimenti antideflattivi.
Per questo mi sarei aspettato una parola sulla Buona Scuola, che lei lo sa ritengo comunque insufficiente perché più che buona scuola io la vorrei libera, e libera non lo è' perché ancora troppo statalista e senza la considerazione dovuta alla scuola paritaria che e' decisiva per la democratizzazione del sistema, senza vera parità la scuola non sarà ne' libera ne' buona!
Gianni Mereghetti
Insegnante
giovedì 4 settembre 2014
EDUCAZIONE
SCUOLA/ Renzi, una riforma "zoppa" per tre ragioni
http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/9/5/SCUOLA-Renzi-una-riforma-zoppa-per-tre-ragioni/print/524933/
Gianni Mereghetti
venerdì 5 settembre 2014
Come annunciato sono state pubblicate le linee guida sulla scuola che dovrebbero ispirare la politica scolastica del governo Renzi; si tratta di un piano che ha come obiettivo quello di realizzare una "buona scuola", come afferma lo stesso premier "un patto educativo, non l'ennesima riforma, non il solito discorso che propongono tutti i politici". Un patto educativo cui tutti potranno contribuire dal 15 settembre al 15 novembre, attraverso una campagna di ascolto che prevede una consultazione generale, dagli studenti ai genitori, fino agli stessi docenti.
In realtà quello proposto da Renzi è un piano di riorganizzazione della scuola che non può non essere apprezzato e che introduce finalmente criteri importanti, quali il merito a tutti i livelli della vita scolastica, la valutazione della qualità delle scuole, il superamento del precariato, l'introduzione di un nuovo stato giuridico della professione docente e una valorizzazione piena della formazione professionale e dell'alternanza scuola-lavoro. Bisogna riconoscere al governo di aver fatto uno sforzo apprezzabile per mettere la scuola al centro e per dare della scuola un'immagine moderna, puntando su coloro che la scuola la vivono da protagonisti. È significativo che finalmente vi sia un governo che punti su chi fa la scuola e non pretenda di dire agli insegnanti che tipo di scuola devono fare, e questo è un notevole passo in avanti verso un reale sistema moderno della scuola dove la politica e la struttura amministrativa sono a servizio della scuola e non la sua gabbia soffocante.
Si va verso una reale scuola dell'autonomia, però per realizzarla pienamente vi sono tre fattori che non possono essere dimenticati, come invece il piano di Renzi fa e in modo non giustificabile.
1. Il primo riguarda l'autonomia, su cui il progetto di buona scuola tanto e giustamente punta. È vero che non vi sia buona scuola senza autonomia, ma non vi è vera autonomia senza parità scolastica. Che il piano di Renzi non abbia previsto questo è grave, perché significa non aver colto che la scuola funziona con un motore a due cilindri, autonomia della scuola statale e parità scolastica! Senza parità il motore della scuola non libera tutte le potenzialità della scuola stessa. Questa omissione è grave perché significa non aver messo a tema la questione seria di una autentica riforma, la libertà di educazione. Il piano di Renzi è zoppo, manca di un elemento fondamentale, la parità, che a dire il vero viene citata, ma solo a riguardo della valutazione di qualità e non come fattore del sistema scuola. Così impostata non è una riforma della scuola, è solo una riorganizzazione della scuola statale; e di fatto le linee guida di Renzi risentono di un impianto statalista.
2. Il secondo fattore che dev'essere ripensato è quello del reclutamento. Renzi vuol mettere a posto l'esistente e fa bene, ma ci vuole di più per dotare ogni scuola degli insegnanti migliori, ci vuole quello che nemmeno la sua spregiudicatezza riesce ad immaginare: ci vuole che le scuole scelgano gli insegnanti! Bisognerebbe azzerare tutto, eliminando non solo le supplenze ma anche il ruolo, e lasciare alle scuole la libertà di scegliersi gli insegnanti. Così sarebbe una vera autonomia!
3. Il terzo fattore è la domanda, sempre meno rimandabile, di che cosa voglia dire insegnare oggi nella scuola che Renzi chiama dell'autonomia e che deve sempre più essere della parità. Insegnare non può più significare svolgere un programma ma deve quanto mai voler dire far crescere delle competenze e in un'ottica digitalizzata. Renzi intuisce che questo sia il problema serio della scuola, ma solo con dei cenni veloci, mentre è su questo che dovrebbe impegnare le scuole, a lavorare per trasformare la scuola dei programmi in scuola delle competenze. Si tratta di una conquista di autonomia didattica, che è fondamentale per dare alla scuola un orizzonte culturale senza il quale si finisce per governare l'esistente.
Sono solo tre semplici osservazioni all'interno di una valutazione complessiva dello sforzo messo in campo e nella certezza che vi è molto ancora da fare perché la scuola sia veramente buona.
© Riproduzione riservata.
Antonio Socci ha criticato il Papa perché al posto di pregare e digiunare per la pace ha partecipato alla partita all'Olimpico
Vorrei solo citare parte dell'intervento del Papa in questa occasione, ognuno giudichi!
Possa l’incontro calcistico di questa sera ravvivare in quanti vi prenderanno parte la consapevolezza della necessità di impegnarsi perché lo sport contribuisca a recare un valido e fecondo apporto alla pacifica coesistenza di tutti i popoli, escludendo ogni discriminazione di razza, di lingua,e di religione. Voi sapete che discriminare può essere sinonimo di disprezzare. La discriminazione è un disprezzo, e voi con questa partita di oggi, direte “no” a ogni discriminazione. Le religioni, in particolare, sono chiamate a farsi veicolo di pace e mai di odio, perché in nome di Dio bisogna portare sempre e solo l’amore. Religione e sport, intesi in questo modo autentico, possono collaborare e offrire a tutta la società dei segni eloquenti di quella nuova era in cui i popoli “non alzeranno più la spada l’uno contro l’altro” (cfr Is 2,4).
In questa occasione così singolare e significativa, qual è la gara calcistica di questa sera, desidero consegnare a voi tutti questo messaggio: allargate i vostri cuori da fratelli a fratelli! Questo è uno dei segreti della vita: allargare i cuori da fratelli a fratelli, ed è anche la dimensione più profonda e autentica dello sport. Grazie.
Vorrei solo citare parte dell'intervento del Papa in questa occasione, ognuno giudichi!
Possa l’incontro calcistico di questa sera ravvivare in quanti vi prenderanno parte la consapevolezza della necessità di impegnarsi perché lo sport contribuisca a recare un valido e fecondo apporto alla pacifica coesistenza di tutti i popoli, escludendo ogni discriminazione di razza, di lingua,
In questa occasione così singolare e significativa, qual è la gara calcistica di questa sera, desidero consegnare a voi tutti questo messaggio: allargate i vostri cuori da fratelli a fratelli! Questo è uno dei segreti della vita: allargare i cuori da fratelli a fratelli, ed è anche la dimensione più profonda e autentica dello sport. Grazie.
martedì 2 settembre 2014
Suggerimenti per l'inizio del nuovo anno scolastico
Introdurre alla realtà nella sua totalità. Insegnando
Luigi Giussani
Tempo di educare
Proponiamo gli appunti sintetici, raccolti da uno dei presenti, durante una conversazione del 27 gennaio 1987 tra don Giussani e un gruppo di insegnanti.
Un esempio di rischio educativo in azione. Indicazioni di metodo per professori… e non solo
Scopo di questo incontro è un primo tentativo di rispondere alla domanda: come nella nostra disciplina tentiamo di fare conoscere e non ci accontentiamo che i nostri ragazzi pensino in un certo modo certe cose? Pensare e conoscere
I termini “pensare” e “conoscere” sono spesso ritenuti sinonimi. Invece è indispensabile distinguerli. Tale distinzione è imposta dal fatto che il pensiero può non fare i conti con la realtà e costituirsi come ideologia.
La conoscenza, invece, è esperienza totale dell’oggetto. Solo il conoscere può costituirsi come cultura, visto che la cultura è prodotto dell’uomo che si rapporta con la realtà.
Proprio in questo senso per il Papa la cultura diventa educazione, cioè introduzione alla realtà.
Questa definizione della cultura risolve il dibattuto problema della autonomia della cultura. La cultura è autonoma in quanto prescinde dall’ideologia, ossia dal pensiero non rapportato alla realtà, non in quanto prescinda dalla verità, ossia dalla realtà, dalla totalità della realtà.
La cultura non è analisi del particolare, è il riflettere sul particolare alla luce della totalità. La cultura è allora, a ben vedere, espressione del senso religioso, è il senso religioso in atto e l’educazione è il riconoscimento in sé del senso religioso da parte del giovane.
La didattica
L’educazione, come un fare conoscere, si traduce sul piano didattico anzitutto in due istanze relative al contenuto che si intende far conoscere:
1. serietà nell’uso della ragione e quindi aderenza ai metodi della realtà così come già Aristotele insegnava: il metodo, infatti, è la griglia interpretativa che mi pone in rapporto autentico con la realtà, con ciascuna realtà;
2. tensione costante alla totalità, tensione a ricondurre il particolare alla totalità, a leggere il particolare alla luce della totalità.
Un rapporto autentico
Ma questo non basta. L’istruzione diventa educazione se si traduce in un rapporto autentico. Dobbiamo chiederci: come cerco io, nella mia materia, di fare conoscere, di fare diventare esperienza le cose che dico, cioè come ciò che insegno incrementa in qualcosa la coscienza che gli studenti hanno di se stessi?
Si impone un triplice impegno:
1) fare capire bene ciò che dico, assumendo come punto di partenza il mondo categoriale dell’allievo;
2) fare vedere la connessione fra ciò che affermo e la totalità;
3) fare vedere concretamente in che modo ciò che dico c’entra con loro, con la loro esperienza concreta. Quest’ultimo punto è essenziale poiché la cultura è un modo di vivere, non un modo di pensare.
L’unità tra i docenti
Un insegnamento così intenso non può certo essere attuato da un insieme di docenti fra loro scoordinati. La questione decisiva è l’unità tra i docenti. Questa unità fa fatica a scattare, rimane sempre un’intenzione buona per quella deformazione professionale che ci caratterizza, e che è l’individualismo. Ora a me sembra che l’unità nasca dalla possibilità di verificare un’ipotesi comune. Questa ipotesi, senza ledere il principio della libertà di insegnamento, deve essere anche didattica. Il dialogo tra noi deve arrivare fino al coraggio di giudicare la didattica dei colleghi. Non nel senso di venire meno al rispetto, ma proprio per il credito che deve stare alla base del rapporto fra docenti.
Un esempio di rischio educativo in azione. Indicazioni di metodo per professori… e non solo
Scopo di questo incontro è un primo tentativo di rispondere alla domanda: come nella nostra disciplina tentiamo di fare conoscere e non ci accontentiamo che i nostri ragazzi pensino in un certo modo certe cose? Pensare e conoscere
I termini “pensare” e “conoscere” sono spesso ritenuti sinonimi. Invece è indispensabile distinguerli. Tale distinzione è imposta dal fatto che il pensiero può non fare i conti con la realtà e costituirsi come ideologia.
La conoscenza, invece, è esperienza totale dell’oggetto. Solo il conoscere può costituirsi come cultura, visto che la cultura è prodotto dell’uomo che si rapporta con la realtà.
Proprio in questo senso per il Papa la cultura diventa educazione, cioè introduzione alla realtà.
Questa definizione della cultura risolve il dibattuto problema della autonomia della cultura. La cultura è autonoma in quanto prescinde dall’ideologia, ossia dal pensiero non rapportato alla realtà, non in quanto prescinda dalla verità, ossia dalla realtà, dalla totalità della realtà.
La cultura non è analisi del particolare, è il riflettere sul particolare alla luce della totalità. La cultura è allora, a ben vedere, espressione del senso religioso, è il senso religioso in atto e l’educazione è il riconoscimento in sé del senso religioso da parte del giovane.
La didattica
L’educazione, come un fare conoscere, si traduce sul piano didattico anzitutto in due istanze relative al contenuto che si intende far conoscere:
1. serietà nell’uso della ragione e quindi aderenza ai metodi della realtà così come già Aristotele insegnava: il metodo, infatti, è la griglia interpretativa che mi pone in rapporto autentico con la realtà, con ciascuna realtà;
2. tensione costante alla totalità, tensione a ricondurre il particolare alla totalità, a leggere il particolare alla luce della totalità.
Un rapporto autentico
Ma questo non basta. L’istruzione diventa educazione se si traduce in un rapporto autentico. Dobbiamo chiederci: come cerco io, nella mia materia, di fare conoscere, di fare diventare esperienza le cose che dico, cioè come ciò che insegno incrementa in qualcosa la coscienza che gli studenti hanno di se stessi?
Si impone un triplice impegno:
1) fare capire bene ciò che dico, assumendo come punto di partenza il mondo categoriale dell’allievo;
2) fare vedere la connessione fra ciò che affermo e la totalità;
3) fare vedere concretamente in che modo ciò che dico c’entra con loro, con la loro esperienza concreta. Quest’ultimo punto è essenziale poiché la cultura è un modo di vivere, non un modo di pensare.
L’unità tra i docenti
Un insegnamento così intenso non può certo essere attuato da un insieme di docenti fra loro scoordinati. La questione decisiva è l’unità tra i docenti. Questa unità fa fatica a scattare, rimane sempre un’intenzione buona per quella deformazione professionale che ci caratterizza, e che è l’individualismo. Ora a me sembra che l’unità nasca dalla possibilità di verificare un’ipotesi comune. Questa ipotesi, senza ledere il principio della libertà di insegnamento, deve essere anche didattica. Il dialogo tra noi deve arrivare fino al coraggio di giudicare la didattica dei colleghi. Non nel senso di venire meno al rispetto, ma proprio per il credito che deve stare alla base del rapporto fra docenti.
Oggi sono stato sfidato a programmare per il lavoro annuale, e mi è' venuto subito in mente quello che ha detto Giussani in un dialogo nel 1987:
" L’educazione, come un fare conoscere, si traduce sul piano didattico anzitutto in due istanze relative al contenuto che si intende far conoscere:
1. serietà nell’uso della ragione e quindi aderenza ai metodi della realtà così come già Aristotele insegnava: il metodo, infatti, è la griglia interpretativa che mi pone in rapporto autentico con la realtà, con ciascuna realtà;
2. tensione costante alla totalità, tensione a ricondurre il particolare alla totalità, a leggere il particolare alla luce della totalità.Un rapporto autentico
Ma questo non basta. L’istruzione diventa educazione se si traduce in un rapporto autentico. Dobbiamo chiederci: come cerco io, nella mia materia, di fare conoscere, di fare diventare esperienza le cose che dico, cioè come ciò che insegno incrementa in qualcosa la coscienza che gli studenti hanno di se stessi?
Si impone un triplice impegno:
1) fare capire bene ciò che dico, assumendo come punto di partenza il mondo categoriale dell’allievo;
2) fare vedere la connessione fra ciò che affermo e la totalità;
3) fare vedere concretamente in che modo ciò che dico c’entra con loro, con la loro esperienza concreta. Quest’ultimo punto è essenziale poiché la cultura è un modo di vivere, non un modo di pensare. "
Questo mi ha indicato di partire non da una bella idea, ma sempre e solo da una domanda, perché insegnare e' immergersi in una relazione, imparare da quello che emerge in questa relazione. Per questo il fatto di essere "obbligati" a programmare porta con se' un equivoco fortissimo, tanto più che la scuola pretende che tu programmi prima ancora che tu entri in rapporto con i tuoi studenti. Come se una programmazione andasse comunque bene a prescindere da chi si ha davanti!
Invece al posto di partire da una idea urge partire da ciò che emerge come domanda, come bisogno e insegnare non e' usarlo per il proprio progetto, insegnare e' seguire fino in fondo quel bisogno lasciando che detti i passi del cammino.
Noi insegnanti dobbiamo decidere, e non se programmare o no, perché ci tocca, dobbiamo decidere, se vogliamo programmare partendo dalle nostre idee oppure se lo vogliamo fare partendo dalla condivisione dei bisogni che incontriamo.
Io scelgo la seconda strada, certo che programmo, ma seguendo ciò che la realtà mi suggerisce, assecondando la sua bellezza e la sua verità, nella traccia dell'esplosione di umano che porta fino a me, fino ad impattare con il mio cuore così da ridestarlo.
Questo e' programmare, seguire la realtà!
" L’educazione, come un fare conoscere, si traduce sul piano didattico anzitutto in due istanze relative al contenuto che si intende far conoscere:
1. serietà nell’uso della ragione e quindi aderenza ai metodi della realtà così come già Aristotele insegnava: il metodo, infatti, è la griglia interpretativa che mi pone in rapporto autentico con la realtà, con ciascuna realtà;
2. tensione costante alla totalità, tensione a ricondurre il particolare alla totalità, a leggere il particolare alla luce della totalità.Un rapporto autentico
Ma questo non basta. L’istruzione diventa educazione se si traduce in un rapporto autentico. Dobbiamo chiederci: come cerco io, nella mia materia, di fare conoscere, di fare diventare esperienza le cose che dico, cioè come ciò che insegno incrementa in qualcosa la coscienza che gli studenti hanno di se stessi?
Si impone un triplice impegno:
1) fare capire bene ciò che dico, assumendo come punto di partenza il mondo categoriale dell’allievo;
2) fare vedere la connessione fra ciò che affermo e la totalità;
3) fare vedere concretamente in che modo ciò che dico c’entra con loro, con la loro esperienza concreta. Quest’ultimo punto è essenziale poiché la cultura è un modo di vivere, non un modo di pensare. "
Questo mi ha indicato di partire non da una bella idea, ma sempre e solo da una domanda, perché insegnare e' immergersi in una relazione, imparare da quello che emerge in questa relazione. Per questo il fatto di essere "obbligati" a programmare porta con se' un equivoco fortissimo, tanto più che la scuola pretende che tu programmi prima ancora che tu entri in rapporto con i tuoi studenti. Come se una programmazione andasse comunque bene a prescindere da chi si ha davanti!
Invece al posto di partire da una idea urge partire da ciò che emerge come domanda, come bisogno e insegnare non e' usarlo per il proprio progetto, insegnare e' seguire fino in fondo quel bisogno lasciando che detti i passi del cammino.
Noi insegnanti dobbiamo decidere, e non se programmare o no, perché ci tocca, dobbiamo decidere, se vogliamo programmare partendo dalle nostre idee oppure se lo vogliamo fare partendo dalla condivisione dei bisogni che incontriamo.
Io scelgo la seconda strada, certo che programmo, ma seguendo ciò che la realtà mi suggerisce, assecondando la sua bellezza e la sua verità, nella traccia dell'esplosione di umano che porta fino a me, fino ad impattare con il mio cuore così da ridestarlo.
Questo e' programmare, seguire la realtà!
lunedì 1 settembre 2014
Ieri ho ripreso il lavoro, e' stato affascinante tornare a scuola, immediatamente mi sono sentito coinvolto in quella che continuo a ritenere la professione più bella del mondo. Ma subito ho fatto i conti con il limite di questa mia amata professione, e' che senza accorgersi si entra nella contraddizione, tanto che dopo aver dichiarato che tutto si fa per il bene dei ragazzi di fatto la nostra attenzione si ferma e si concentra sulle regole. Ne ho fatto i conti subito, vi è' nel nostro modo di rapportarci una prevalenza delle regole e con l'idea che le regole sono imprescindibili per fare il bene dei ragazzi. Non lo metto in discussione, non sono un anarchico che non vuole le regole, non e' questo che mi urta, ma come quasi senza accorgerci noi spostiamo l'orizzonte, diventa un meccanismo fare il bene dei ragazzi, un complesso di regole da applicare e che se lo si fa correttamente alla fine si fa il bene di ogni studente. Invece proprio qui sta la questione seria della nostra professione, che si possono applicare tutte le regole per il bene di chi si ha davanti e proprio mentre le si applica si smarrisce l'altro, non si sa più chi e', non si sa più che cosa sia il suo bene.
Questo e' il tradimento più grave cui si assiste a scuola, che si applicano le regole per fare il bene dell'altro e si perde di vista l'altro, diventano più importanti le regole che non l'altro, come scrive Cesbron in Cani perduti senza collare «Quando un ragazzo ruba una bicicletta, che cosa importa alla società, la sorte del ragazzo o quella della bicicletta?».
Ecco qui la domanda che si è' incuneata dentro un orizzonte che si stava riempiendo di regole, tutte giustificate, tutte quanto mai legittime e buone, e' la domanda di che cosa mi importi, diventata subito struggente per gli esami in corso, ma a me che cosa interessa, la sorte della scuola o quella dei ragazzi?
E' quanto mai evidente che non e' perché si applichino delle regole che si fa il bene dei ragazzi, perché quando il centro di interesse diventano le regole si finisce con il perdere di vista l'altro, ma non e' vero il contrario, che avendo a cuore il bene del ragazzo lo si faccia. Così d'improvviso ho sentito di essere finito dentro un vicolo cieco, un dualismo che non porta a nulla, anzi è' proprio qui l'origine di uno smarrimento educativo, perché come non e' vero che applicando le regole si faccia il bene di un ragazzo, così non e' vero che senza regole si possa volere il bene dell'altro, quasi l'altro fosse una entità astratta. E' il dualismo il problema dell'educazione, il dualismo che si è' insinuato in noi, tra bene e regole, tra destino e procedure, e vi è' una sola strada per uscire da questo letale intellettualismo, e' che il bene dell'altro diventi esperienza che fa crescere il mio io. Così ho riavvertito con forza e con urgenza la questione seria di me. Mentre mi passavano davanti le tante regole da applicare con l'illusione che alla fine ci sia il bene dei ragazzi e io sentivo un istintivo rifiuto, ho avvertito la domanda quanto mai decisiva, ma io faccio esperienza di un bene per l'altro che fa crescere me? Così si e' aperta ed e' oggi quanto mai aperta una prospettiva del tutto nuova, dove il dibattito non e' regole si', regole no, perché ciò che mi preme e' cogliere il punto in cui io incontro veramente e non intenzionalmente l'altro. Ci vuole una grande affezione a se' per poter voler bene all'altro, qui sta il problema dell'educazione, che tornare a scuola non e' per trovare le regole o i valori che ci mettano in sicurezza, ma lasciarsi guidare dal contraccolpo che si prova di fronte al bisogno dell'altro e che porta a riconoscere ciò di cui noi stessi abbiamo bisogno. Ho di nuovo avvertito il punto da cui nasce l'educazione, che ho io bisogno di quello sguardo d'amore di cui ha bisogno ognuno dei miei studenti, l'irrompere di questo bisogno fino a diventare cammino, direzione dell'esperienza, questa e' la strada sulla quale imparare ad avere a cuore la sorte del ragazzo e non quella pur giusta della bicicletta.
Questo e' il tradimento più grave cui si assiste a scuola, che si applicano le regole per fare il bene dell'altro e si perde di vista l'altro, diventano più importanti le regole che non l'altro, come scrive Cesbron in Cani perduti senza collare «Quando un ragazzo ruba una bicicletta, che cosa importa alla società, la sorte del ragazzo o quella della bicicletta?».
Ecco qui la domanda che si è' incuneata dentro un orizzonte che si stava riempiendo di regole, tutte giustificate, tutte quanto mai legittime e buone, e' la domanda di che cosa mi importi, diventata subito struggente per gli esami in corso, ma a me che cosa interessa, la sorte della scuola o quella dei ragazzi?
E' quanto mai evidente che non e' perché si applichino delle regole che si fa il bene dei ragazzi, perché quando il centro di interesse diventano le regole si finisce con il perdere di vista l'altro, ma non e' vero il contrario, che avendo a cuore il bene del ragazzo lo si faccia. Così d'improvviso ho sentito di essere finito dentro un vicolo cieco, un dualismo che non porta a nulla, anzi è' proprio qui l'origine di uno smarrimento educativo, perché come non e' vero che applicando le regole si faccia il bene di un ragazzo, così non e' vero che senza regole si possa volere il bene dell'altro, quasi l'altro fosse una entità astratta. E' il dualismo il problema dell'educazione, il dualismo che si è' insinuato in noi, tra bene e regole, tra destino e procedure, e vi è' una sola strada per uscire da questo letale intellettualismo, e' che il bene dell'altro diventi esperienza che fa crescere il mio io. Così ho riavvertito con forza e con urgenza la questione seria di me. Mentre mi passavano davanti le tante regole da applicare con l'illusione che alla fine ci sia il bene dei ragazzi e io sentivo un istintivo rifiuto, ho avvertito la domanda quanto mai decisiva, ma io faccio esperienza di un bene per l'altro che fa crescere me? Così si e' aperta ed e' oggi quanto mai aperta una prospettiva del tutto nuova, dove il dibattito non e' regole si', regole no, perché ciò che mi preme e' cogliere il punto in cui io incontro veramente e non intenzionalmente l'altro. Ci vuole una grande affezione a se' per poter voler bene all'altro, qui sta il problema dell'educazione, che tornare a scuola non e' per trovare le regole o i valori che ci mettano in sicurezza, ma lasciarsi guidare dal contraccolpo che si prova di fronte al bisogno dell'altro e che porta a riconoscere ciò di cui noi stessi abbiamo bisogno. Ho di nuovo avvertito il punto da cui nasce l'educazione, che ho io bisogno di quello sguardo d'amore di cui ha bisogno ognuno dei miei studenti, l'irrompere di questo bisogno fino a diventare cammino, direzione dell'esperienza, questa e' la strada sulla quale imparare ad avere a cuore la sorte del ragazzo e non quella pur giusta della bicicletta.
Il Papa: annunciare il Vangelo non per convincere. La forza della Parola è Gesù
2014-09-01 Radio Vaticana
Non si annuncia il Vangelo per convincere con parole sapienti ma con umiltà, perché la forza della Parola di Dio è Gesù stesso e solo chi ha un cuore aperto lo accoglie: è quanto, in sintesi, ha detto Papa Francesco che ha ripreso oggi, nella Messa mattutina di Santa Marta, le sue omelie dopo la pausa estiva. Il servizio di Sergio Centofanti:
Commentando le letture del giorno, il Papa spiega cosa sia la Parola di Dio e come accoglierla. San Paolo ricorda ai Corinzi di aver annunciato il Vangelo non basandosi su discorsi persuasivi di sapienza:
“Paolo dice: ‘Ma, io non sono andato da voi per convincervi con argomenti, con parole, anche con belle figure … No. Io sono andato in altro modo, con un altro stile. Sono andato sulla manifestazione dello Spirito e della Sua potenza. Perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio’. Così, la Parola di Dio è una cosa diversa, una cosa che non è uguale a una parola umana, a una parola sapiente, a una parola scientifica, a una parola filosofica … no: è un’altra cosa. Viene in un altro modo”.
E’ quanto accade con Gesù, quando commenta le Scritture nella Sinagoga di Nazareth, dove era cresciuto. I suoi conterranei, inizialmente, lo ammirano per le sue parole ma poi s’infuriano e cercano di ucciderlo: “Sono passati da una parte all’altra – spiega il Papa - proprio “perché la Parola di Dio è una cosa diversa rispetto alla parola umana”. Infatti, Dio ci parla nel Figlio, “cioè, la Parola di Dio è Gesù, Gesù stesso” e Gesù “è motivo di scandalo. La Croce di Cristo scandalizza. E quella è la forza della Parola di Dio: Gesù Cristo, il Signore. E come dobbiamo ricevere la Parola di Dio? Come si riceve Gesù Cristo. La Chiesa ci dice che Gesù è presentenella Scrittura, nella Sua Parola”. Per questo – afferma il Papa – è così importante “leggere durante la giornata un passo del Vangelo”:
“Perché, per imparare? No! Per trovare Gesù, perché Gesù è proprio nella Sua Parola, nel Suo Vangelo. Ogni volta che io leggo il Vangelo, trovo Gesù. Ma come ricevo questa Parola? Eh, si deve ricevere come si riceve Gesù, cioè con il cuore aperto, con il cuore umile, con lo spirito delle Beatitudini. Perché Gesù è venuto così, in umiltà. E’ venuto in povertà. E’ venuto con l’unzione dello Spirito Santo”.
“Lui è forza – ha proseguito il Papa - è Parola di Dio perché è unto dallo Spirito Santo. Anche noi, se vogliamo ascoltare e ricevere la Parola di Dio, dobbiamo pregare lo Spirito Santo e chiedere questa unzione del cuore, che è l’unzione delle Beatitudini. Un cuore come è il cuore delle Beatitudini”:
“Ci farà bene oggi, durante la giornata, domandarci: ‘Ma, come ricevo, io, la Parola di Dio? Come una cosa interessante? Ah, il prete oggi ha predicato questo … ma che interessante! Che saggio, questo prete!’, o la ricevo così, semplicemente perché è Gesù vivo, la Sua Parola? E sono capace – attenti alla domanda! – sono capace di comprare un piccolo Vangelo – costa poco, eh? – comprare un piccolo Vangelo e portarlo in tasca, portarlo in borsa e quando posso, durante la giornata, leggere un passo, per trovare Gesù lì? Queste due domande ci faranno bene. Il Signore ci aiuti”.
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