lunedì 1 settembre 2014

Ieri ho ripreso il lavoro, e' stato affascinante tornare a scuola, immediatamente mi sono sentito coinvolto in quella che continuo a ritenere la professione più bella del mondo. Ma subito ho fatto i conti con il limite di questa mia amata professione, e' che senza accorgersi si entra nella contraddizione, tanto che dopo aver dichiarato che tutto si fa per il bene dei ragazzi di fatto la nostra attenzione si ferma e si concentra sulle regole. Ne ho fatto i conti subito, vi è' nel nostro modo di rapportarci una prevalenza delle regole e con l'idea che le regole sono imprescindibili per fare il bene dei ragazzi. Non lo metto in discussione, non sono un anarchico che non vuole le regole, non e' questo che mi urta, ma come quasi senza accorgerci noi spostiamo l'orizzonte, diventa un meccanismo fare il bene dei ragazzi, un complesso di regole da applicare e che se lo si fa correttamente alla fine si fa il bene di ogni studente. Invece proprio qui sta la questione seria della nostra professione, che si possono applicare tutte le regole per il bene di chi si ha davanti e proprio mentre le si applica si smarrisce l'altro, non si sa più chi e', non si sa più che cosa sia il suo bene.
Questo e' il tradimento più grave cui si assiste a scuola, che si applicano le regole per fare il bene dell'altro e si perde di vista l'altro, diventano più importanti le regole che non l'altro, come scrive Cesbron in Cani perduti senza collare  «Quando un ragazzo ruba una bicicletta, che cosa importa alla società, la sorte del ragazzo o quella della bicicletta?». 
Ecco qui la domanda che si è' incuneata dentro un orizzonte che si stava riempiendo di regole, tutte giustificate, tutte quanto mai legittime e buone, e' la domanda di che cosa mi importi, diventata subito struggente per gli esami in corso, ma a me che cosa interessa, la sorte della scuola o quella dei ragazzi? 
E' quanto mai evidente che non e' perché si applichino delle regole che si fa il bene dei ragazzi, perché quando il centro di interesse diventano le regole si finisce con il perdere di vista l'altro, ma non e' vero il contrario, che avendo a cuore il bene del ragazzo lo si faccia. Così d'improvviso ho sentito di essere finito dentro un vicolo cieco, un dualismo che non porta a nulla, anzi è' proprio qui l'origine di uno smarrimento educativo, perché come non e' vero che applicando le regole si faccia il bene di un ragazzo, così non e' vero che senza regole si possa volere il bene dell'altro, quasi l'altro fosse una entità astratta. E' il dualismo il problema dell'educazione, il dualismo che si è' insinuato in noi, tra bene e regole, tra destino e procedure, e vi è' una sola strada per uscire da questo letale intellettualismo, e' che il bene dell'altro diventi esperienza che fa crescere il mio io. Così ho riavvertito con forza e con urgenza la questione seria di me. Mentre mi passavano davanti le tante regole da applicare con l'illusione che alla fine ci sia il bene dei ragazzi e io sentivo un istintivo rifiuto, ho avvertito la domanda quanto mai decisiva, ma io faccio esperienza di un bene per l'altro che fa crescere me? Così si e' aperta ed e' oggi quanto mai aperta una prospettiva del tutto nuova, dove il dibattito non e' regole si', regole no, perché ciò che mi preme e' cogliere il punto in cui io incontro veramente e non intenzionalmente l'altro. Ci vuole una grande affezione a se' per poter voler bene all'altro, qui sta il problema dell'educazione, che tornare a scuola non e' per trovare le regole o i valori che ci mettano in sicurezza, ma lasciarsi guidare dal contraccolpo che si prova di fronte al bisogno dell'altro e che porta a riconoscere ciò di cui noi stessi abbiamo bisogno. Ho di nuovo avvertito il punto da cui nasce l'educazione, che ho io bisogno di quello sguardo d'amore di cui ha bisogno ognuno dei miei studenti, l'irrompere di questo bisogno fino a diventare cammino, direzione dell'esperienza, questa e' la strada sulla quale imparare ad avere a cuore la sorte del ragazzo e non quella pur giusta della bicicletta. 



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